Il BLOG di Paolo Volpe

Costruire una nuova politica per Villafranca d’Asti

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interessante dibattito con Mario Renosio e Nicoletta Fasano

26 luglio 2015 · Nessun commento

LA STORIA SCONOSCIUTA

Quali vicende segnarono la provincia astigiana dopo l’8 settembre ’43? La popolazione accettò di aderire alla Repubblica Sociale italiana? Che ruolo ebbe il movimento partigiamo? I gerarchi del fascismo astigiano pagarono per le loro colpe? Queste alcune delle domande che abbiamo fatto a Mario Renosio e Nicoletta Fasano durante la presentazione del loro ultimo libro, “Un’altra storia” , edito dall’Israt, l’Istituto per la storia della Resistenza di Asti. L’incontro è stato organizzato da “Villafranca Domani” e si è svolto lo scorso 17 luglio, nella sala Virano “il forno”. Discreta presenza di pubblico, nonostante il gran caldo. Un grazie per l’attenzione mostrata. Presenti anche i sindaci di Villafranca e Dusino S. Michele: ad entrambi il mio personale apprezzamento.

Prima di dare avvio al dibattito, l’amico Daniele Barcaro ha letto uno scritto di Margherita Hack, nota astrofisica impegnata sul fronte dei diritti civili e ambientali scomparsa nel 2013. Ve lo ripropongo. E’ un pezzo del 2011 che rimane di totale attualità.

“Nessun dorma” di Margherita Hack

PERCHE’ E’ NATO QUESTO LIBRO?

Leggere la storia da un punto di vista diverso. Il libro è un mosaico di fatti ricostruiti grazie agli archivi della Repubblica sociale E già questo fa del testo un lavoro originale e unico nel suo genere. Non è la “solita” storia delle Resistenza, magari un po’ retorica. Un mosaico complesso perché gli eventi sono tanti e gli autori non si limitano a elencare fatti ed a descriverli. Li esaminano tenendo conto del clima generale e del progressivo evolversi degli eventi bellici che videro la sconfitta del fascimo. Il movimento partigiano viene descritto con tutte le sue debolezze e le sue contraddizioni. A partire dalle difficoltà con le quali nasce, formato da persone tutte nate nel ventennio fascista e da sempre disabituate al dibattito sulla democrazia. Persone che vivono e maturano sulla loro pelle la necessità di un cambiamento radicale e il bisogno di libertà. Diventare partigiani nel settembre ’43 vuol dire avere coraggio. Una minoranza che sa essere politicamente più avanti degli altri. Nell’astigiano ci sono anche partigiani che “cambiano bandiera” e diventano membri delle SS italiane. Ci sono formazioni che fanno accordi con i nazifascisti per stabilire una sorta di tregua e un controllo di pezzi di territorio. Fino ad arrivare all’ultima parte del conflitto, con i tanti, troppi, che fecero la scelta di diventare partigiano dell’ultima ora, quando ormai poco si rischiava. La scelta, molto italiana, di salire sul carro di chi vince. Dall’altra parte, c’è un fascismo subalterno all’allesto nazista, che tenta di recuperare l’ideologia sociale dei suoi inizi per accreditarsi come un soggetto diverso ma non ci riesce. Incapace di penetrare a fondo nell’astigiano, provincia da sempre conservatrice, dove i riferimenti del potere locale sono da sempre il parroco, il farmacista, il maresciallo, il padrone della fabbrica, la famiglia nobile o della buona borghesia benestante. Riferimenti che, sovente, sanno “rimanere a galla”, evitando di prendere posizioni troppo marcate per l’una o l’altra parte o semplicemente rimanendo a guardare. Riferimenti che possono anche condizionare la scelta dei giovani, convincendoli a consegnarsi ai fascisti o a prendere la strada della montagna. Una popolazione che nell’insieme sa sostenere il movimento partigiano, anche solo nascondendo le persone in difficoltà, dando ai combattenti aiuti materiali o semplicemente tollerando la loro presenza. Nonostante il tema tutt’altro che facile, libro si legge molto bene. Vi invito a farlo. Fatelo leggere anche ai vostri figli, ai quali la scuola nulla insegna di quel periodo. Sono pagine che sanno incuriosire e diventare anche appassionanti. Il libro, giustamente, non pretende di dare risposte definitive. Aggiunge un importante contributo che fino ad oggi mancava e da ulteriore spazio a futuri approfondimenti. Va riconosciuto all’Istituto per la storia della Resistenza di Asti il merito di un grande lavoro di ricerca. Lavoro svolto con pochi mezzi e nella precarietà di un futuro da anni sempre più incerto in nome dell’austerità. I Comuni, che sono gli “azionisti” dell’Israt, hanno a disposizione un patrimonio di storia locale che non deve essere dimenticato. Invito l’Unione “Colli del Monferrato” e la “Valtriversa” a dare un segnale di diversità, diventando sostenitori attivi e concreti dell’Istituto.

L’8 SETTEMBRE ’43

Cosa succede con l’armistizio dell’8 settembre ’43? Lo ha spiegato Nicoletta Fasano. I tedeschi sospettano da tempo che l’Italia si arrenderà. In pochi giorni, le divisioni naziste scendono dal Brennero e portano a compimento l’invasione che hanno già pianificato, favorite dal totale disfacimento delle forze armate italiane. Nell’astigiano, l’interesse degli occupanti si rivolge a presidiare le vie di comunicazione strategiche, in particolare la ferrovia Torino – Genova. I tedeschi temono lo sbarco alleato in Liguria e pertanto hanno bisogno delle vie di comunicazione sicure e libere.

LA REPUBBLICA DI SALO’

Il ruolo della Repubblica di Salò? Un regime collaborazionista che deve assicurare il controllo di polizia del territorio e la continuità amministrativa, favorendo lo sfruttamento delle risorse economiche utili alla produzione bellica tedesca. Uno Stato fantoccio con una costruzione amministrativa burocratica e complessa. Ad Asti, le cariche di vertice vengono occupate da fascisti provenienti da fuori provincia, come ha ben spiegato Mario Renosio. Gerarchi che hanno seguito le truppe naziste in ritirata davanti al progressivo avanzare degli alleati.

LA BORSA NERA

La guerra non finisce con l’armistizio dell’8 settembre. Passano i mesi e peggiorano le condizioni di vita della popolazione. Un capitolo del libro è dedicato alla mancanza di generi alimentari che faceva prosperare la borsa nera, con rilevanti vantaggi economici per chi la gestiva. Una situazione accettata passivamente dalla gente che quasi mai denuncia. Solo nei primi quattro mesi del ’44, la sorveglianza annonaria scopre in Asti e provincia ben 1266 infrazioni ai limiti dei prezzi. Per gestire i problemi nati dalla presenza sul territorio degli sfollati, con il conseguente aumento dei quantitativi di generi alimentari necessari, nascono apposite commissioni comunali, delle quali però non possono far parte le donne.

IL RUOLO DELLA CHIESA

Il ruolo della Chiesa? Renosio ha spiegato che non si può generalizzare un comportamento unico. Parroci che appoggiano la Resistenza. Parroci che sostengono il fascismo. I primi, probabilmente, in numero superiore ai secondi. Più attenzione al regime nelle gerarchie astigiane.

LA RESA DEI CONTI

E dopo il 25 aprile, cosa succede? Intanto, il 25 aprile non finisce il conflitto. E’ una data convenzionale entrata nell’immaginario collettivo e fissata poi da una legge del ’49. Il 26 vengono liberate Milano, Novara e Vercelli. Il 27 tocca ad Alessandria. Il 29 a Cuneo. A Torino si combatte ancora il 30 aprile. Nel solo Piemonte, dal 26 aprile all’1 maggio, tedeschi e fascisti in ritirata uccidono 273 persone tra civili e partigiani. Il 4 maggio, i tedeschi uccidono a Stramentizzo, in Val di Fiemme, 14 partigiani e 13 civili. A Grugliasco e Collegno, il 29 aprile, i tedeschi in ritirata uccidono 67 persone. Il primo maggio, formazioni partigiane, alle quali si sono aggiunti civili, si vendicano uccidendo 29 militi della Repubblica sociale. C’è la resa dei conti? In quei giorni, c’è sicuramente, e nel libro troverete il conto delle vittime, ma bisogna contestualizzare. Per 20 anni, la scuola fascista ha insegnato che la violenza è un valore positivo. Il fascismo accetta e sostiene la violenza tedesca che diventa sistema, anche contro i civili. Il regime diventa in molti casi protagonista della violenza insieme all’alleato. Ricordiamo anche l’uso sistematico della violenza per impaurire la popolazione e controllare il territorio. Villafranca e Baldichieri hanno visto le impiccagioni di Luigi Capriolo e Faustino Novara, con aspetti particolarmente cruenti ed i cadaveri rimasti esposti per mandare un messaggio palese alla gente comune. Con queste premesse, non si può pensare che tutto finisca il 25 aprile. Tanti dispongono di armi. Tanti hanno avuto lutti in famiglia e subito vessazioni. Molte le case incendiate. Siamo così sicuri che, noi stessi, posti in un contesto simile, saremmo capaci di rinunciare alla vendetta? Gli stessi alleati accettano, come nel resto d’Europa, che ci sia un primo periodo dove lasciare libero sfogo a questi sentimenti. Per evitare che tutto possa degenerare in spinte più marcatamente rivoluzionarie. Ma allora, c’è epurazione? A parte il primo periodo di “resa dei conti”,  ad Asti, come in Italia, no. Lo Stato deve continuare ad esistere. Non c’è il tempo per una nuova classe dirigente che salguardi la “normalità”. Da qui la scelta di far tornare chi già c’era. Dagli orrori della conflitto, l’attenzione si sta spostando verso la “guerra fredda”. Il nuovo nemico è il comunismo. I gerarchi fascisti vengono portati a processo. Spesso condannati in primo grado, se la cavano con poco o senza danni in appello, anche nei casi di responsabilità importanti, grazie anche all’amnistia emanata da Togliatti. Il libro ricostruisce alcuni casi importanti e fa capire come il “vento del nord” sia durato poco.

L’AUTOASSOLUZIONE COLLETTIVA

C’è mai stato il processo al fascismo? No. Forse, avrebbe avuto il significato di un processo alla nazione in un contesto mondiale che stava rapidamente cambiando. Tuttavia, di quella mancanza paghiamo ancora il conto. Ci siamo adagiati in una sorta di autoassoluzione collettiva, rimuovendo la storia e il suo significato. Dando spazio ad un revisionismo, come quello di Pansa, mirato a demolire i valori della Resistenza. E, aggiungo io, di autoassoluzione collettiva viviamo ancora oggi in tutti i campi. Se le cose vanno male, non ci sono mai responsabili, a tutti i livelli. Non ci si chiede mai il perché. Si preferisce coprirsi a vicenda, tanto così è e così è sempre stato. Contando sul fatto che la gente dimentica presto. E questo ci impedisce di crescere.

Tag: cultura · politica · storia · Unione "Colli del Monferrato" · Valtriversa

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